Percorro la strada polverosa che conduce da casa di Amina alla stazione dei bus. Quando vengo in paese faccio visita alla ragazza, fumiamo qualche sigaretta, beviamo una bottiglia di vino rosso che porto in dono e ci raccontiamo qualcosa delle nostre vite. Non scopiamo mai. Lei passa l’esistenza in un monolocale impregnato di puzza di fumo, sudore e sperma; i suoi racconti riguardano sempre i clienti. Immancabilmente tira fuori la fotografia di suo figlio appena nato, ormai vecchia di venti anni. Non lo vede da cinque, non sa nemmeno se sia ancora vivo. Se possibile la mia vita fa ancor più schifo: gli incontri con Amina sono i momenti più intensi, per il resto giro in lungo e in largo senza una vera destinazione. Da giovane ho sposato una donna conosciuta da poche settimane, un’estranea che per tre mesi ho sopportato a fatica. Poi ho rotto con lei e sono fuggito mentre un vecchio amico prendeva il mio posto. Due anni dopo sono andato a trovarli, non so perché; una cena allegra, piena dei vecchi ricordi a cui si ricorre sempre quando non sai che dire. Ero davvero contento per loro, tanto che dopo il whisky della staffa li ho ammazzati. Sono andato via da quella città e non sono tornato più indietro. Non che ci fosse pericolo, lui era appassionato di armi e far risultare il tutto un omicidio suicidio è stato semplice. Questo posto puzza come una fogna in cui qualcuno abbia versato ettolitri di profumo. Raggiungo la stazione dei bus, prendo il primo che parte, senza sapere dove finirò. L’autista accende e spegne il motore quasi contemporaneamente, il bus rantola. Le porte si aprono, ordine dello sceriffo che fa bella mostra di sé all’interno della stazione. Mi arrendo all’evidenza e scendo dal bus. Lo sceriffo, giovane sbruffone dalle sembianze canine, si precipita verso di me, zompettando; mi informa che dovrò seguirlo in centrale, come chiama la stanzetta che ha a disposizione, per rispondere a qualche domanda.

-Perché-?

-La tua amica è stata ammazzata, ti ho visto uscire da casa sua poco prima del ritrovamento del cadavere-.

Che delicatezza. Scombussolato, lo seguo verso l’auto e lo informo che sì, sono stato a trovare Amina: solite chiacchiere, solita bottiglia, un imprecisato numero di sigarette e poi sono andato via; non so chi sia andato da lei dopo di me. Mi spinge dentro la macchina senza rispondere, si mette alla guida ed accende la sirena. Accende la sirena per fare cinquecento metri. Per rompere la noia durante il lungo tragitto urlo le mie ragioni, chiedo spiegazioni e minaccio ritorsioni del mio avvocato, ma lo sceriffo mi ignora per i trenta secondi che impieghiamo a raggiungere la stanzetta. Mi fa sedere su una sedia sgangherata; sulla sua scrivania ci sono dei fogli bianchi ed un paio di matite. Niente altro, manca anche la famigerata lampada che ti sparano in faccia nei film. Rido anche se non c’è niente da ridere, noi ottimisti siamo così. Lo sbirro si gratta la testa, si siede e impugna una matita come fosse un batticarne.

-La tua amica è morta, tu sei passato da lei poco prima che venisse uccisa, ti ho visto uscire da casa sua, e non sono il solo-.

Alzo le mani.

-Ho già detto come sono andate le cose, non posso far altro che ribadire. Con l’omicidio non c’entro niente-.

Sta per replicare, quando una vecchia, vicina di casa di Amina, irrompe nella stanza, indicandomi.

-Sceriffo, dopo che questo è andato via, ho visto un ragazzo andare dalla ragazza. Lei era viva, l’ho sentita parlare con lui-.

Lo sceriffo si accascia su se stesso, mi fa cenno di andare ma di non lasciare il paese.

-Non ci penso proprio, voglio organizzare il funerale di Amina-. Rispondo.

Il corteo funebre ha qualcosa di comico e drammatico al tempo stesso: seguo da solo l’auto che trasporta la bara di Amina; attraversiamo nell’indifferenza generale la strada principale, finché un signore anziano si avvicina con un mazzo di fiori e comincia a camminare al mio fianco. L’unico cliente che abbia avuto il coraggio di venire a salutare per l’ultima volta la ragazza. Gli faccio un segno di assenso e procediamo. Due becchini seppelliscono Amina, il vecchio butta i fiori sulla bara; mi limito ad un ciao Amina che suona patetico, ma non sono il tipo da discorsi poetici e commiati strappalacrime. Attendo che la terra venga ripianata per bene e mi allontano, seguito da vicino dal vecchio che mi afferra il braccio e chiede come è successo. Gli spiego che non lo so, tocca allo sceriffo scoprire qualcosa. Sorride e mi chiede del figlio di Amina. Mi risulta che non lo veda da cinque anni; scuote la testa, borbotta parole incomprensibili. Ho l’impressione che pianga qualche lacrima, poi spara una rivelazione che mi sorprende: lui è il padre del ragazzo. Alzo le spalle, non dico niente, ma lui ha voglia di parlare: indica un albero enorme e mi trascina all’ombra. Ci sediamo e parte con la sua storia. Quando il ragazzo nacque pensava di occuparsene, ma ebbe paura della reazione della moglie e dei figli, quindi abbandonò Amina al suo destino. Annuisco con indifferenza e mi passo una mano tra i capelli. Continua, mi racconta della morte della moglie avvenuta poco dopo la nascita del bastardo: aveva sempre avuto il sospetto che avesse scoperto della sua relazione con la ragazza. Non so se pagare una ragazzina per scopare possa essere una relazione . Ne ha avuto certezza quando ha scoperto la foto del bimbo, foto che lui stesso aveva scattato, nel comodino del figlio più piccolo. Strappo un po’ di erba da terra. Adesso il piccolo gestisce la pensione del posto, mentre il primogenito è lo sceriffo del paese. Teme che siano in qualche modo coinvolti nella morte di Amina. Alzo gli occhi al cielo, mi gratto la guancia, lo aiuto ad alzarsi, gli stringo la mano e torno dallo sceriffo.

-Voglio andarmene e non tornare mai più-.

-Non puoi andare da nessuna parte, la testimonianza della vecchia è ancora tutta da verificare-. Risponde.

Lo informo di aver conosciuto il padre e gli suggerisco di parlare con lui. Prima che possa rendermene conto mi colpisce al volto; mi sveglio in una specie di scantinato, un piede incatenato, un cane che mi osserva ringhiando. In un angolo c’è un ragazzo con una lunga barba, lo sguardo fisso sul pavimento. Se in questa storia c’è un minimo di logica, è il figlio di Amina. Provo ad attirare la sua attenzione, ma non sembra vivere nel mio stesso mondo. La porta si apre, entra il tizio della pensione, un ammasso di muscoli, seguito dallo sceriffo e dal vecchio. Il papà si siede su alcune cassette di legno, i figli si appostano di fianco a me; sono caduto nel tranello, il vecchio mi ha detto quel che bastava per portarmi dritto nelle loro grinfie. Fisso i due per un po’, mi gratto la nuca e subito ricevo un cazzotto alle costole da Tuttomuscoli; non fa tanto male, è troppo grosso per colpire come si deve. Tossisco, guardo ancora verso il ragazzo barbuto ma quello continua a vivere nel suo mondo, credo peggiore di quello in cui mi trovo. Il vecchio se la ride, accende una sigaretta e si avvicina al figlio di Amina, suo figlio, gli passa un braccio intorno al collo e gli sussurra qualcosa. Il ragazzo si avvia verso di me, quando è a poco meno di un metro mi sferra un calcio nelle palle violentissimo e torna dal vecchio, che lo ricompensa con una caramella. Riesco appena a vedere la scena, inginocchiato e con gli occhi velati da un denso strato di lacrime. Penso ad Amina che si chiedeva dove fosse il figlio. A pochi metri da te in mano ad una famiglia di psicopatici. Provo a mettermi in piedi, le gambe paralizzate me lo impediscono. Lo sceriffo mi suggerisce di non affaticarmi troppo, anche se tra poco avrò tutto il tempo per riposare dentro il bidone pieno di acido che Tuttomuscoli abbraccia come fosse una bella donna. Frugo nella tasca del pantalone, tiro fuori le sigarette, ne prendo una e la accendo: non proprio il miglior ultimo desiderio, ma non credo mi offriranno altra scelta. Lo sceriffo attende che faccia un tiro, poi mi strappa la sigaretta di bocca e la spegne a terra; scatto in piedi, cerco di colpirlo con una testata ma fallisco, le risse non sono mai state il mio forte. Una manganellata nella schiena mi ricorda di non provarci di nuovo; Il vecchio mormora: -Il cane, il cane-. Tuttomuscoli ride, il ragazzo viene spedito a liberare il mastino, che si avventa su di me: stringe il morso intorno al polpaccio, scorgo un fiotto di sangue schizzare a terra e urlo. Mi inginocchio di nuovo, colpisco il cane con un paio di pugni che non accusa. Cado a terra, stringo la testa tra le mani, sto per perdere i sensi quando un rumore sordo mi riporta alla realtà: la gamba è libera dalla morsa, il vecchio e Tuttomuscoli sgranano gli occhi, il ragazzo è impassibile. Mi volto verso il cane che giace a terra, il cranio fracassato da una manganellata dello sceriffo che armeggia per liberarmi. Tremo, Tuttomuscoli si abbatte di gran carriera sul fratello, mi staranno prendendo ancora per il culo? Lo sceriffo riesce a liberarmi un secondo prima che il fratello lo colpisca con un gran calcio alle costole. Il crack che si sente è inquietante e porta con sé almeno due costole dello sbirro. Sono impietrito, se stanno cercando di fregarmi di nuovo seguono una logica che mi sfugge. Tuttomuscoli urla insulti sputacchiando bava bianca e densa che finisce dritta sul faccione dolorante dello sceriffo, il vecchio cerca di calmarlo, il ragazzo saltella sul posto ed emette dei suoni gutturali spaventosi.

Umani imbizzarriti.

La confusione è totale: scatto verso la porta, due, tre passi e mentre assaporo la libertà il figlio di Amina mi colpisce ad una gamba con un martello enorme; sento il muscolo della coscia implodere, poi un altro colpo sul ginocchio e la gamba si spezza disegnando un angolo di quarantacinque gradi. Crollo a terra, piango come non credo di aver fatto nemmeno nella culla, mi aggrappo con tutte le forze alla realtà. Digrigno i denti finché non ne sento andare in frantumi diversi, non riesco ad aprire la bocca, li ingoio. Tuttomuscoli intanto si avvicina trionfante e mette un piede sul mio ginocchio sminuzzato; di istinto gratto il pavimento, ma non riesco a scavare una via di fuga. Non ho la forza di urlare, né quella di reagire, resto a terra ad attendere che il bastardo finisca il suo lavoro. Sento le risate del vecchio, identiche a quelle degli ubriaconi nei film western in bianco e nero. Il pelato aumenta la pressione, invita il ragazzo a lavorare anche sull'altra gamba e si gasa urlando a squarciagola. Il figlio di Amina carica un altro colpo con il martellone, lo sceriffo riesce a fermarlo con un paio di manganellate; il ragazzo, come nulla fosse, tenta nuovamente di colpirmi, mentre Tuttomuscoli è troppo esaltato per aiutarlo a liberarsi del fratello. Un colpo di pistola copre le urla del pelato, poi un tonfo: il figlio di Amina finisce a terra, ad un passo da me. Adesso che ho modo di guardarlo negli occhi non ho dubbi, sono gli stessi, profondi e spaesati, della madre. Ansima, la pallottola gli ha squarciato un fianco, galleggia nel suo stesso sangue. Siamo al capolinea, qualunque cosa ti abbiano fatto questi pazzi, è finita.

Il vecchio ride.

Tuttomuscoli si desta dal suo stato di onnipotenza e torna all’attacco del fratello; con la gamba buona lo sgambetto, perde l’equilibrio ma non cade. Lo sceriffo, con gli occhi pieni di lacrime, fa scivolare la pistola a pochi centimetri da me: la afferro e mentre il pelato si alza sparo facendogli esplodere il collo. Addio.

Il vecchio piange.

Rotolo su me stesso imprecando e lo colpisco con due colpi in pieno volto. Se fossi uno che conta i colpi saprei quanti ce ne sono ancora, anche se ormai non ha importanza. Accarezzo i capelli del figlio di Amina, merita un ultimo gesto di affetto. Siamo io e lo sceriffo, per l’ultima volta. Urla di non aver ucciso nessuno, si è pentito, mi ha aiutato. Vero, ma ha coperto i balordi della sua famiglia, è colpevole, tutti lo siamo. Mi porge la mano, non capisco se voglia indietro la pistola o mi offra il suo aiuto per alzarmi. Non che possa mettermi in piedi con la gamba spappolata. Inspiro e gli sparo in un occhio, crolla sulla mia gamba ancora sana. Strank. Sono ancora vivo. La mia esistenza da perdente è costellata di vittorie inutili. Apro la bocca, infilo la canna più in fondo che posso, proprio dietro il palato. Dovrebbe essere un metodo infallibile, ma sono troppo vigliacco per scoprirlo.