Bulli, bulletti e bulloni.

Il video del bulletto che bullizza il professore è l'ultimo grido del bullismo giovanile che ha scatenato il lancio di bulloni virtuali e inutili.  

Il primo istinto è quello di condannare il ragazzetto, di metterlo alla gogna, di fargli pulire cessi con la lingua per il resto dei suoi giorni, al limite costringerlo a cancellare le scritte vandaliche sui palazzi grattandole via con le unghie. Forse non ci sarebbe nulla di male, ma dubito che questo lo porterebbe a riflettere. 

Ci ho provato a riflettere, a pensare ai tempi della scuola. Anche io avevo un professore che veniva bullizzato costantemente, in qualunque classe si trovasse, dal primo al quinto liceo. All'epoca mi divertivo, oggi pensare a quel che deve aver passato mi fa vergognare. Ma sono trascorsi venti anni da allora, anzi ventitré, e solo da poco la penso in questo modo. Un po' di merda l'ho mangiata anche io in questo periodo e nel frattempo ho messo al mondo due figli.

Se all'epoca avessimo avuto uno smartphone, avremmo fatto anche noi dei video da far girare: raccontavamo a voce tutto quel che combinavamo (se le urla del professore non anticipavano a tutta la scuola le nostre prodezze), non vedo perché non avremmo girato dei video per far circolare più velocemente le nostre gesta.

Quel che mi pare diversa è la reazione dei genitori: i nostri si incazzavano, provavano a capire cosa fosse successo, cercavano in un modo o nell'altro di farci ragionare. Non che riuscissero ad ottenere chissà quali risultati, ma ci provavano e noi sapevamo che c'era un limite da non oltrepassare, quello che avrebbe trasformato la goliardata in teppismo. Oddio, un po' di teppismo lo facemmo, se così si può classificare un buco nel muro. 

I ragazzi non sono cambiati, l'adolescenza è un periodo di merda, in cui si prova in tutti i modi a mettersi in mostra, e oggi farlo è fin troppo facile. Sono cambiati i genitori: ieri ti punivano, i più avveduti tentavano di dialogare, di capire cosa ti passasse per la testa. Oggi, i genitori pestano i professori. Manca lo spazio di confronto in famiglia, perché a casa si sta tutti con gli occhi incollati allo smartphone, esattamente come fuori casa. Manca l'intimità della famiglia, il raccontarsi qualcosa, manca l'educazione di base.

Franco, il protagonista del mio libro, si farebbe una bella risata, aggiungendo magari il classico "io l'ho sempre detto". E se Franco se la ride, noi dovremmo stare attenti.